Seveso, diossina e tumori Il giallo nel libro di Rabitti

Sarcomi cinque volte oltre il limite: «A Mantova bruciarono i veleni del disastro» E Settis attacca: «Il silenzio della politica protegge le industrie inquinanti»Salvatore Settis apre due ore di dibattito davanti a 200 persone brandendo la Costituzione in formato tascabile: «Qui sono sanciti due diritti fondamentali e di pari dignità: lavoro e salute. L’Italia li ha dimenticati entrambi».
Nell’aula magna del seminario la passione civile dell’ex direttore della Normale si intreccia con quelle di Patrizia Gentilini, presidente dell’associazione dei medici per l’ambiente, di Molly Bourne delle Mantua mothers e di Paolo Rabitti, consulente per svariate procure e autore di “Diossina. La verità nascosta” (Feltrinelli), libro-inchiesta che parte dall’anomalo tasso di sarcomi registrato attorno al petrolchimico e trova un’ipotesi di spiegazione a Seveso: a Mantova potrebbero essere stati bruciati i rifiuti tossici prelevati dal luogo del disastro.

Settis, che del libro ha firmato la prefazione, ne fa un caso di scuola: «Vicende come questa sono il simbolo dell’Italia di oggi, dove si misura il prezzo di tutto tranne che dei beni culturali e della salute. Rabitti ha raccontato un caso estremo di aggressione all’ambiente e agli esseri umani rompendo quella congiura del silenzio che ad esempio all’Ilva ha impedito che si parlasse di una verità che tutti conoscevano». Settis legge così le politiche ambientali italiane: «Abbiamo principi costituzionali altissimi ma pratiche amministrative e politiche bassissime. La situazione è sempre la stessa: da una parte dati oggettivi su attività inquinanti; dall’altra certezze su morti e danni ambientali. Ma il gioco è negare il nesso. Ci sono una causa e una conseguenza sicure, ma chi dovrebbe legarle non lo sa, non lo vuole o non lo può fare». Inevitabile pensare alle bonifiche del petrolchimico impantanate nella caccia al responsabile del rilascio di sostanze che, affonda Rabitti, «non derivano certo dalla pipì dei residenti di Lunetta». Prima che l’ingegnere – che oggi sarà a Parma a discutere con Beppe Grillo dopo essere stato assoldato dalla giunta Pizzarotti per studiare l’inceneritore in fase di costruzione – racconti della sua inchiesta nel dibattito moderato dal caposervizio della Gazzetta Corrado Binacchi, la Gentilini accusa gli enti di controllo di ammorbidire i dati delle indagini. Si parte dallo studio sulla diossina a Mantova chiuso nel 2006: «Sono stati considerati non esposti al rischio gli abitanti di quartieri che si trovano a poche centinaia di metri dal polo chimico e sono stati scelti dati di confronto sbagliati: se si sovrastima la media di tumori in zone non inquinate, è chiaro che anche le cifre allarmanti di Mantova paiono normali».

Poi Rabitti racconta il suo lavoro. Iniziò con la moglie Gloria Costani: misero insieme i primi numeri e scoprirono che attorno al petrolchimico l’incidenza dei sarcomi, causati dalla diossina, era cinque volte oltre la norma. Il fantasma che aleggia nelle 291 pagine è l’ipotesi che l’inceneritore mantovano abbia bruciato i rifiuti di Seveso. Nessuno sa dove siano finiti quei bidoni: le tracce sono state perse. Un operaio in punto di morte confessò al sindaco Burchiellaro: «Li bruciammo qui». Qui, dove le statistiche sui sarcomi sembrano la fotocopia di quelle di Seveso. Manca la pistola fumante per andare oltre ogni ragionevole dubbio: «Dopo 36 anni, l’unica chance è che qualcuno che all’epoca c’era voglia parlare». Oppure resteranno una causa ben definita da una parte e una conseguenza altrettanto chiara dall’altra. Senza che nessuno affermi che c’è un nesso, come diceva Settis. Storia di ieri, cronaca di oggi.

Gazzetta di Mantova, 22 settembre 2012